Storia (c) Bampi

Gli inizi  di Andrea Bampi          

L’hockey su ghiaccio, per quanto riguarda il nostro paese, non nasce a Bolzano, ma è nel capoluogo altoatesino che attecchisce meglio, dando vita ad un movimento che, globalmente (squadra maggiore, giovanili ed attività amatoriale), non ha eguali in Italia, anche a livello di continuità.

 

I perché di tutto questo sono molteplici: dalla cronica "sonnolenza" sportiva della città, che essendo molto di rado riuscita ad allestire per gli sport di squadra (che sono poi quelli di maggior richiamo) formazioni in grado di ben figurare a livello nazionale ha riversato buona parte dell’interesse e delle risorse appunto in questo sport poco diffuso e conosciuto (purtroppo) nel resto d’Italia, alla favorevole posizione geografica, utile sia per motivi prettamente climatici sia per la vantaggiosa vicinanza di nazioni in cui l’hockey è sport conosciuto e praticato su tutto il territorio. Di fatto, è tutto l’Alto Adige (ed in parte Trentino e Veneto) a beneficiare di tale posizione, e non a caso proprio questa provincia vanta un numero di piste ghiacciate ed abitanti (in proporzione ad abitanti e superficie) decisamente ragguardevole; ed è inevitabile che nel capoluogo di questa provincia, proprio al centro di questa zona, il fenomeno trovi il suo culmine.

 

Risalire con esattezza a date e luoghi in cui l’hockey italiano ha visto la luce non è facile; è certo tuttavia che nei dintorni di Torino si giocasse già nel 1911, nel periodo in cui, a partire dall’Inghilterra questo sport iniziava ad espandersi verso sud, in Belgio, Francia, Germania, Svizzera ed Austria. Si tende comunque a datare 1924 l’inizio ufficiale della storia del nostro hockey: è l’anno delle prime Olimpiadi invernali, a Chamonix, e proprio grazie a quest’importante avvenimento ed all’intraprendenza di alcuni facoltosi appassionati, inizia a muoversi quello che immediatamente si imporrà come centro nevralgico dell’hockey italiano nei suoi primi decenni, Milano. Nello stesso anno s’inaugura, infatti, il palazzo del ghiaccio, nasce l’HC Milano (alla cui tradizione si ricondurranno prima il Milano Saima e poi, proprio in questi ultimi anni e più specificamente, il Milano 24) e l’hockey su ghiaccio viene accolto ufficialmente tra le altre specialità sportive nell’ambito della FISI (Federazione Italiana Sport Invernali), da cui nel dopoguerra si staccherà l’attuale FISG (Federazione Italiana Sport Ghiaccio).

 


Milano monopolizza la scena fino ai primi anni ’50: dal 1925 al 1955 le squadre del capoluogo lombardo vincono 21 scudetti su 22 campionati disputati, con l’unica eccezione della stagione 1931/32, in cui la spunta il Cortina; Milano arriva addirittura a schierare quattro formazioni in massima serie, tutte competitive. E’ un periodo di grande entusiasmo e passione, che sopravvive tra mille difficoltà anche al conflitto mondiale, e fa sì che questo splendido sport giunga e si sviluppi anche nel Nord Est, in Trentino Alto Adige e Veneto, che sono le regioni in cui attualmente l’hockey è più praticato e seguito.

 


E’ nel 1926 che s’inizia a giocare in Alto Adige, e con tutta probabilità è il laghetto di Costalovara, tuttora tra i primi a ghiacciarsi in inverno, ad ospitare i primi pionieri altoatesini: sono i vari Magreiter, Mech, Hager, Ebner, Menestrina e Lux, che concluderà poi la carriera a Milano; appassionati che, attrezzati approssimativamente, sfidano il freddo intenso dei laghi spazzati dal vento cimentandosi in questo nuovo sport. Più o meno in contemporanea si comincia a giocare anche a Campiglio ed in Val Gardena.

L’"impianto" di Bolzano è comunque proprio la pista di Campiglio, su cui si disputano i primi incontri: si gioca ancora con un regolamento mutuato dal rugby, secondo il quale non è ammesso il passaggio in avanti, con mucchi di neve ai bordi del campo e giocatori che indossano camicie bianche e cravatte (!), pattini da artistico e praticamente nessuna protezione. Il ghiaccio deve essere pulito e lisciato ogni notte e le piste artificiali sono solo sogni futuristici.

 

1933: Fondazione dell'HC Bolzano

         

Quando, nel 1933, viene fondato l’Hockey Club Bolzano, la pista è ancora quella di Campiglio, ma la passione, l’interesse e naturalmente anche il livello di gioco sono aumentati; si arriva talvolta ad assistere ad incontri con più di 2000 spettatori, ma a Milano, che possiede una pista artificiale già dal '24, si è avanti ancora di anni: il Milano schiera già due canadesi ed è ai vertici in Europa (vince tra l’altro nel 1934 e 1935 la prestigiosa Coppa Spengler a Davos).


Negli anni che precedono la guerra le squadre che partecipano al campionato italiano, oltre ad un numero variabile di formazioni milanesi, sono Torino, Cortina, Gardena, Bolzano e Renon, che si alternano nel ruolo di sfidanti al predominio lombardo, senza peraltro molta fortuna (come detto, solo il Cortina riesce ad imporsi in un’occasione).

 

Nel 1948 a Bolzano viene ingaggiato come allenatore l’ungherese Sandor Ott, già Trainer della Nazionale, ma, nonostante l’interesse crescente e la presenza già consolidata di un florido settore giovanile, il movimento hockeistico bolzanino non riesce a compiere il salto di qualità; e di certo è fortemente penalizzante l’assenza di una pista ghiacciata adeguata alle esigenze. Campiglio è, infatti, inadatta, per la distanza dalla città e la scomodità; si emigra prima in Via Vintola, poi in via Marconi (dove fanno la loro prima apparizione le balaustre alte, diventate obbligatorie), ma resta il problema non indifferente della disponibilità piena per soli due mesi l’anno. Si decide quindi di allestire una nuova pista nella parte più fredda della città, ai Piani, nella zona efficacemente denominata "Siberia". Arriva un allenatore tedesco, Geiger, e due giocatori, Specht e Lueck, e l’entusiasmo aumenta ancora nonostante la temperatura media durante gli incontri si aggiri intorno ai -10°.

 

Nasce il palafiera

         

 

Il 7 novembre 1953 è probabilmente la data della svolta più importante nella storia dell’HCB: s’inaugura, infatti, il Palazzo del Ghiaccio in Via Roma, nel padiglione 1 della Fiera di Bolzano; e proprio in quello storico padiglione 1 si giocherà per altri 40 anni, tra gioie e dolori.

La partita inaugurale vede l’HCB vittorioso sull’HC Milano/Inter per 8-5. E’ l’inizio di una nuova era per il Bolzano: a partire da quest’anno la squadra biancorossa (che giunge seconda in campionato dietro al Milano/Inter) non abbandonerà più il ruolo di protagonista (o coprotagonista) della scena italiana. Cominciano anche ad arrivare a Bolzano con una certa frequenza fortissime squadre dell’Est europeo ed i primi italocanadesi, che già da tempo solcano invece i ghiacci di Milano. Le partite cui si assiste sono dunque sempre più veloci ed interessanti, aumentano gli interessi in gioco e nel 1955, sull’onda dell’entusiasmo, si raggiunge anche il record (non necessariamente positivo) di presenze straniere in campo: sono ben otto, tra stranieri ed "oriundi". E’ questo il periodo in cui Milano di fatto abdica e cede il proprio ruolo di capitale dell’hockey alle nuove realtà, Cortina, Gardena e Bolzano. In effetti, a prendere il sopravvento dal punto di vista dei risultati nel periodo 1956-1970 è il Cortina, anche grazie alle Olimpiadi del 1956 in occasione delle quali si costruisce il nuovo Stadio del Ghiaccio (l’Olimpico, appunto).

 

Nel frattempo l’HCB, smaltita la "sbornia" di stranieri, torna a badare al portafoglio. La colonia straniera si riduce e si cerca di spendere meglio; ciò permette tuttavia di vedere all’opera forse il primo vero fuoriclasse canadese, il "pel di carota" Gerry Hudson: è il 1958.

 

Negli anni seguenti a Bolzano si vedono anche ottimi italocanadesi, Longarini e Coletti, e quando ai due si aggiunge Carmine Tucci come giocatore-allenatore, l’HCB riesce finalmente a vincere il suo primo scudetto, che coincide anche con la vittoria a livello giovanile.

E’ il 1963. La vittoria decisiva giunge alla fine di febbraio contro lo SSV Bozen, la seconda squadra della città, ed assegna matematicamente lo scudetto all’HCB, dopo il memorabile pareggio conquistato in Via Piranesi a Milano nel turno precedente contro i Diavoli, che schierano la leggendaria linea Crotti-Branduardi-Agazzi. Il capocannoniere di questa splendida stagione, che vide i biancorossi vittoriosi anche in Coppa delle Alpi, Coppa Rondo e Coppa Pavoni, è Alfredo Coletti, con 65 reti.

Il Cortina ritorna alla ribalta nelle due stagioni successive, ed a Bolzano si apre un quinquennio di gestione tecnica cecoslovacca, con Cetkowski e Rejda come allenatori e Ivo Kalina, Jiri Dolana ed il leggendario Jaroslav Pavlu come giocatori. La novità non porta immediati successi, anche per la drasticità delle differenze tra il nuovo sistema di gioco e quello classico alla canadese che si era abituati ad impostare, ma ha il merito di affinare un aspetto, quello tecnico, che forse necessitava di un po’ di revisione.

 

Il primo scudetto biancorosso

               

E’ il 1963. La vittoria decisiva giunge alla fine di febbraio contro lo SSV Bozen, la seconda squadra della città, ed assegna matematicamente lo scudetto all’HCB, dopo il memorabile pareggio conquistato in Via Piranesi a Milano nel turno precedente contro i Diavoli, che schierano la leggendaria linea Crotti-Branduardi-Agazzi. Il capocannoniere di questa splendida stagione, che vide i biancorossi vittoriosi anche in Coppa delle Alpi, Coppa Rondo e Coppa Pavoni, è Alfredo Coletti, con 65 reti.

Il Cortina ritorna alla ribalta nelle due stagioni successive, ed a Bolzano si apre un quinquennio di gestione tecnica cecoslovacca, con Cetkowski e Rejda come allenatori e Ivo Kalina, Jiri Dolana ed il leggendario Jaroslav Pavlu come giocatori. La novità non porta immediati successi, anche per la drasticità delle differenze tra il nuovo sistema di gioco e quello classico alla canadese che si era abituati ad impostare, ma ha il merito di affinare un aspetto, quello tecnico, che forse necessitava di un po’ di revisione.

 

Inizio di un'era trionfale

                         

D’altronde, quando all’inizio degli anni ’70 si ritorna sul mercato canadese ingaggiando Camin e Morin con Tucci come allenatore, si scopre che è possibile anche conciliare lo stile nordamericano e quello dell’est europeo ed è anche grazie ai fuoriclasse cecoslovacchi se si arriva a conquistare il secondo agognato scudetto nel 1973, davanti a Cortina e Merano.

Non si riesce tuttavia a bissare negli anni successivi, nonostante il Cortina stia concludendo il suo ventennio di predominio; e quando nel 1976 a vincere lo scudetto è il Gardena, si apre un nuovo ciclo caratterizzato proprio dal duello Bolzano-Gardena. In questo stesso anno arriva come allenatore Gosta Johansson ed ha inizio un periodo davvero fortunato per l’HCB, grazie anche al prezioso apporto di Jaroslav Pavlu, che dal 1970 ormai costituisce un esempio per i giovani bolzanini ed ai due fratelli jugoslavi Gorazd e soprattutto Rudi Hiti, che molti ricordano ancora velocissimo sul ghiaccio.

 

Sono, infatti, tre gli scudetti di fila conquistati dai biancorossi con lo stesso nucleo di giocatori: 1977, 1978 e 1979, davanti a Gardena, Cortina e di nuovo Gardena. Sono i primi scudetti vinti da un giocatore "nostrano" destinato ad entrare nella leggenda dell'hockey nazionale: Gino "Crazy Horse" Pasqualotto, con l'inconfondibile maglia numero 33.


Tocca poi di nuovo al Gardena farsi sotto, nel biennio 1980-1981, ma c’è il tempo comunque di vedere in campo insieme, nella stagione 1979/1980, Pavlu padre (Jaroslav) e figlio (Martin, appena diciassettenne). Jaroslav passa subito dopo al ruolo di allenatore, per due anni, ma al suo posto arriva come straniero un altro straordinario (e più giovane) talento: Ron Chipperfield.

 Gli anni 80

         

Non a caso i biancorossi vincono altri tre scudetti, nel 1982, 1983 e 1984, con John Bellio (2 anni) e Jim Corsi come secondi stranieri e proprio in questo periodo fa le sue prime apparizioni in campo il futuro capitano biancorosso Robert Oberrauch.

 

Cambiano allenatore e stranieri (la nuova coppia di attaccanti è Bob Sullivan-Dale Derkatch), ma l’incantesimo non si spezza e arriva un altro scudetto, nel 1985.Va sottolineato che in questo straordinario quinquennio l’HCB vince con soli due stranieri ed un gruppo affiatato di giocatori bolzanini; e locale è anche lo sponsor, la Würth, che resterà di fatto il partner "storico" degli anni '80.

 

Sta ribollendo nel frattempo l’ambiente lombardo, che porta alla ribalta il Varese (che vincerà nel 1987 e nel 1989) e prepara il ritorno in pompa magna del capoluogo sulla scena nazionale. Per il momento comunque a vincere sono altri: nel 1986 a spuntarla è il Merano di Bob Manno, l’anno dopo come detto è la prima volta del Varese di Carlacci e Catenacci; nel 1988 il tricolore torna finalmente a Bolzano, ed è un occasione davvero speciale, vuoi per il protagonista assoluto della stagione, il campione svedese dai guanti bianchi Kent "The Magic Man" Nilsson, che ha giocato in NHL anche con Wayne Gretzky e che realizza la bellezza di 158 punti in 43 partite, vuoi perché questo è l’atteso scudetto della "stella", il decimo.

 

Inizio anni 90

               

Con la stagione 1989/1990 si entra a buon diritto nella storia "contemporanea": perché si vedono tanti giocatori che ancora oggi calcano le scene, perché si comincia ad intravedere la (deleteria) tendenza alla cosiddetta "corsa" allo straniero che caratterizzerà i primi anni ’90 e perché per la prima volta dopo più di trent’anni si rivedono in posizioni di vertice le squadre di Milano, i Devils ed il Saima. Lo scudetto comunque va ancora al Bolzano, in finale contro l’Asiago: sul ghiaccio tanti campioni, Gaetano "Gates" Orlando, un giovanissimo Bruno Zarrillo, Lucio Topatigh, Mark Napier, Ron Flockhart e Roberto Romano da una parte, Mario Simioni, Santino Pellegrino, Jim Camazzola, Ken Yaremchuk, Cliff Ronning e Mike Zanier dall’altra. A realizzare il gol decisivo, su rigore (al 26° tiro della serie dopo il pareggio nei tempi regolamentari) è Zarrillo, alla sua prima stagione in biancorosso. Allo stesso portiere e con la stessa identica finta segnerà anche il gol decisivo, sempre su rigore, della finale 1996/1997.

Entriamo dunque negli anni ’90, nati sotto il segno del boom economico, che tanto avevano promesso e pochissimo hanno mantenuto con il passare del tempo. A Bolzano si riesce ad allestire una squadra competitiva mantenendo l'ossatura della stagione precedente, e fa il suo esordio il giovane goalie italo-canadese Mike Rosati, già draftato dai New York Rangers. Le cose però chiaramente stanno cambiando... C’è Milano, che vuol fare le cose in grande, sdoppiata in due realtà fortemente contrapposte eppure fortemente simili almeno nella politica degli acquisti: Berlusconi sulla sponda rossonera, Moretti e poi Cabassi su quella rossoblu. La parola d’ordine è vincere, ad ogni costo: arrivano frotte di stranieri ed oriundi, il livello di gioco compie il classico ed ovvio salto di qualità, si arriva a giocare al Forum di Assago davanti a più di 10000 persone. Ci sono, tra gli altri, Bob Manno, Paul Beraldo, John Vecchiarelli, Mark Johnson, Tony Fiore, Joe Foglietta, Robert Ginnetti, John Chabot, Reed Larson, Kevin Lavallee, Mark Morrison, Tom Tilley e perfino la superstar Jari Kurri (peraltro non all'altezza delle aspettative) ed a Milano c’è una struttura organizzativa assolutamente professionistica. Sotto diversi punti di vista ci sarebbero motivi di grande soddisfazione, ma il prezzo da pagare per questo passo (molto più lungo della gamba per il nostro hockey) è altissimo: le milanesi si spartiscono il bottino nel biennio 1991-1992, con uno scudetto a testa, ma al termine di questa stagione praticamente tutti (unica eccezione i Devils di Berlusconi, per il momento finanziati a fondo perduto) devono fare i conti con bilanci disastrosi. La Milano rossoblu si riscopre al verde e deve dare forfait per la stagione 1992/1993 ed anche il Fiemme sparisce dalla scena svendendo tutti i propri giocatori. Gli altri non se la passano molto meglio ed in molti sono sull'orlo del baratro, compreso l’HCB.

 

Il Bolzano conclude infatti la stagione maledetta (1991/1992) al quinto posto (peggior piazzamento dal 1957) pur avendo speso più degli anni precedenti: le vecchie volpi Emilio Iovio e Frank Nigro ma soprattutto Scott Young (poi Colorado Avalanche) ed il rinforzo dell’ultim’ora Dave Archibald, fresco protagonista ai Giochi Olimpici Invernali di Albertville con la maglia canadese (poi Ottawa Senators) costano molto e rendono poco rispetto alle attese, facendo naufragare la corazzata biancorossa già ai quarti di finale dei playoff contro l'Asiago. In riva al Talvera si arriva addirittura a paventare il ritiro temporaneo dall’attività. Sarebbe la prima volta dalla fondazione della società, e si fa di tutto per evitarlo: si arriva al compromesso di disputare un campionato di transizione, senza grandi pretese ed allo scopo di risparmiare qualche lira si sonda il mercato russo, ancora piuttosto inesplorato. Sarà la benedizione dell’HCB: dopo qualche difficoltà (la perestrojka muove ancora i primi passi) a Bolzano arrivano due illustri sconosciuti, Igor Maslennikov e Sergej Vostrikov; e da subito ci si accorge che sono di un’altra categoria. Hanno un altro passo rispetto a tutti e si trovano praticamente a memoria, dopo anni di gavetta al CSKA Mosca.

 

Grazie a loro ed agli altri ottimi stranieri ed italiani che si succedono in maglia biancorossa, si sfiora per due anni di fila il colpaccio contro la faraonica armata berlusconiana: due secondi posti in campionato, con una vittoria (nel 1993/94) nel prestigioso torneo austro-italo-sloveno Alpenliga, alla sua terza edizione ma già un classico che gli italiani mostrano di gradire. Nel dicembre del 1993 s’inaugura anche il nuovo splendido Palaonda, una struttura con 7200 posti a sedere che relega in pensione, dopo 40 anni di glorioso servizio, l’ormai obsoleto Palafiera. A segnare il primo storico goal nella nuova "casa" dei biancorossi, contro il Klagenfurt in un'importante gara di Alpenliga, è Ray Podlosky (che avrà poi un glorioso futuro in Austria, sua seconda patria), a Bolzano per una sola stagione, ma capace di mettere a segno spesso reti pesantissime.

 

Jaromir Jagr

         

La vera svolta però è probabilmente l'addio di Berlusconi all'hockey: la sponda rossonera di Milano senza il suo mecenate si perde ben presto nell'anonimato e sulla sponda rossoblu sembrano finiti i tempi della Saima. Bolzano trova così come principale antagonista nella lotta per lo scudetto il Varese, come nella seconda metà degli anni '80. A spuntarla è comunque, a 4 anni dall'ultimo scudetto, proprio il Bolzano, che inaugura una nuova lunga serie di successi nel 1995, al termine di una stagione ricca di soddisfazioni che ci vede anche campioni del Trofeo Sei Nazioni (il successore della già citata Alpenliga, cui partecipano in quest'occasione anche squadre francesi, danesi ed olandesi). Proprio in occasione della fase finale di questo torneo la società biancorossa si avvale, mettendo a segno il colpo di mercato più clamoroso della sua storia, del fuoriclasse ceco Jaromir Jagr, fermo in dicembre, come tutti i suoi colleghi dell’NHL, a causa del primo storico sciopero sul "salary cap". Il numero 68 peraltro è di gran lunga il miglior giocatore delle finali, ed in linea con Bruno Zarrillo e Dave Pasin dà spettacolo, segna, sforna assist e stende in due partite i francesi del Rouen nella finalissima.

Vostrikov-Maslennikov

         

La gloria e l'interesse sono al culmine. Da qui in avanti comincia una lenta ma forse inevitabile regressione dell'intero movimento, in parte percepibile già nella stagione seguente (1995/1996), che vede in sostanza una lotta a tre per la vittoria finale tra Bolzano, Milano 24 (la nuova denominazione della Milano rossoblu, presidenza Umberto Quintavalle) e Varese. Il Bolzano, partito il forte centro italocanadese Pasin, ha però ancora parecchia fame di vittorie e fa fuori (non senza soffrire) Varese in semifinale e Milano in finale.

E' il tredicesimo scudetto. Nel frattempo però la situazione finanziaria generale non accenna a migliorare, la lega professionistica tedesca DEL ci priva di gran parte dei protagonisti (se ne vanno le bandiere Zarrillo e Rosati, per quanto riguarda Bolzano) e si disputa una stagione 1996/1997 quantomeno anomala (caratterizzata anche da uno sdoppiamento in serie A-1 e A-2 e dalla sparizione definitiva dei Devils), da cui il Bolzano si aspetta molto (soprattutto in chiave Alpenliga). La lega con austriache e slovene va però molto male, qualcuno ci rimette il posto (Dave Pasin, che era tornato a Bolzano dopo una breve parentesi a San Francisco), ma c'è anche spazio per un controverso ma essenzialmente gradito ritorno: quello di Lucio "il Falco di Gallio" Topatigh, dopo un'assenza di quattro anni. La vittoria in campionato contro il Milano 24 non basta a salvare una stagione un pò "antipatica", anche a causa degli acquisti dell’ultim’ora (mai così tanti a Bolzano) e delle sgradevoli polemiche sugli arbitraggi.

Nella stagione seguente (1997/1998) il movimento hockeystico italiano, sempre alle prese con serie difficoltà economiche, decide di ridimensionarsi, limitando a 4 il numero massimo di transfer card per squadra. Il livello è tornato indietro di una decina d'anni, e comincia ad essere difficile imputare tutta la responsabilità alle scelleratezze dei primi anni '90. Sparisce ancora una volta dalla scena Milano ed il campionato si stringe tra Veneto e Trentino-Alto Adige, coinvolgendo piccole realtà in un campionato di Serie A lungo e noioso; nasce (e muore in una stagione) una promettente ma essenzialmente fallimentare Lega delle Società (cui aderiscono tutte le squadre tranne Asiago e Bolzano), che riesce a far rispettare il "gentlemen agreement" sui transfer card solo nel corso della stagione regolare, al termine della quale si scatena come di consueto la caccia al rinforzo dell'ultim'ora.. L'interesse a Bolzano crolla ed il Palaonda risuona vuoto come mai prima d'ora. C'è il risveglio di Merano, la "cugina" di Bolzano, e nelle valli tutto sommato le cose vanno bene, ma in compenso sul ghiaccio lo spettacolo è decisamente deludente e per di più contro il Bolzano, che mantiene l'ossatura di una squadra con altri obiettivi, nessuno riesce a combinare più di tanto. La stagione scivola via anonima e l'HCB conquista un silenzioso quindicesimo scudetto (quarto consecutivo) liquidando uno scaltro (sul mercato) ma appagato Vipiteno con quattro vittorie in quattro incontri ed un inossidabile asse Vostrikov - Maslennikov ancora una volta assoluto protagonista. Sarà l'ultimo scudetto della serie - ancora una volta il Bolzano non riuscirà a fare cinquina, ed ancora una volta a mettere i bastoni tra le ruote ai biancorossi penseranno i cugini meranesi, come nel lontano 1986...
 

Fine del millennio

                         

La stagione successiva (1998/99) è caratterizzata dal ritorno in Alpenliga e dalla sostanziale liberalizzazione dei transfer card, "limitati" a 10, che provoca una nuova abbondante ed onerosa "calata" di giocatori stranieri in Italia. Da segnalare anche il ritorno dell'hockey a Milano, che risorge per la terza volta in pochi anni dale proprie ceneri: grazie all'accordo con il Cortina nasce un nuovo sodalizio, il Cortina/Milano, che ha l'arduo compito di riconciliare ancora una volta la metropoli lombarda con l'hockey ghiaccio. Naturalmente il livello, rispetto alla stagione precedente, è nettamente più alto; l'interesse riprende quota, anche se non proporzionalmente agli investimenti fatti dalle società (un problema non certo nuovo) . Ne risulta in ogni caso una buona Alpenliga, un torneo di cui sicuramente l'Italia sentiva la mancanza. Sul fronte biancorosso non ci sono rivoluzioni rispetto al 1997/98: vengono ingaggiati diversi nuovi stranieri, sulla carta di ottimo livello, come il russo Oleg Belov ed il capitano della nazionale bielorussa Alexander Andrievsky, che, aggiunti ad un'ossatura ormai collaudatissima, dovrebbero garantire buoni risultati anche sul palcoscenico europeo.

La finale di Alpenliga in effetti viene raggiunta (anche se persa nettamente con il Feldkirch), ma l'apporto dei nuovi acquisti viene considerato (non a torto) insufficiente e così l'HCB deve tornare sul mercato a stagione in corso. Nel frattempo prendono quota le azioni del Merano, che sembra aver invece azzeccato in pieno la campagna acquisti, in particolar modo con l'autentica rivelazione del torneo, il portiere svedese Ake Liljebjorn. Suona un campanello d'allarme: tra Alpenliga e regular season il Merano non concede nemmeno una vittoria nei derby. Ben presto si comincia a delineare una volata a due per lo scudetto, ed infatti come da pronostico in finale giungono (senza grandi patemi) proprio Bolzano e Merano. A questo punto molti scommettono sulla fame di vittorie dei bianconeri (ex biancoblu ex biancoverdi...) e soprattutto sulla forma strepitosa del goalie Liljebjorn... scommessa vinta: in effetti il principale artefice della vittoria sarà proprio lui. Dopo quattro anni di regno il Bolzano viene detronizzato - con un secco 3-0 (macchiato da alcuni episodi fortemente contestati) il Merano riporta lo scudetto in riva al Passirio.

 

La nuova stagione, a cavallo tra due secoli, costituisce un'autentica rifondazione da zero. Chi pensava di aver toccato il fondo nel '97/'98 si deve ricredere - alcune società chiave (le finaliste Bolzano e Merano in primis) decidono, in seguito ai contrasti in materia di limitazioni sui transfer card, di autoretrocedersi in Serie A2, dove a termini di regolamento non è possibile schierare più di uno straniero. Dopo un'estate infuocata dalle polemiche, il Milano, vista la sostanziale incompatibilità dei propri obiettivi con quelli delle altre squadre italiane, riesce a farsi "ospitare" dalla Francia dando vita ad una fantomatica Coppa Italo-Francese. Una decisione della quale i milanesi si pentiranno piuttosto presto. Tutte le altre squadre della massima serie si trovano praticamente costrette ad aggregarsi alle due altoatesine nella ex A2 e così a contendersi lo Scudetto 1999/2000 sono ben 15 formazioni, tutte costruite in gran parte sui vivai... anche il Bolzano torna a schierare, a distanza di parecchi anni, un roster al 90% bolzanino D.O.C. con l'inserimento di alcuni "esterni" e di un solo straniero (ne cambieranno molto nel corso della stagione, da Mario Nobili a Brian Loney, già apprezzato nel finale della stagione precedente). A partire con i favori del pronostico è comunque indubbiamente l'Asiago, che dopo molte delusioni sembra essere in grado di sfruttare questa formula per conquistare il suo primo agognato scudetto - la regular season conferma in pieno questa impressione, e contro Topatigh e compagni non ce n'è per nessuno (stabilito il nuovo record di vittorie in campionato). Fortunatamente però l'hockey è ancora in grado di riservare grandi sorprese: ai playoff, dopo una rocambolesca semifinale vinta contro un Alleghe finalmente tornato a lottare al vertice, la preannunciata finale HCB-Asiago ha un esito sul quale pochi avrebbero scommesso - il Bolzano conquista a sorpresa lo scudetto del Giubileo, ed è una delle vittorie più dolci proprio perchè inaspettata.
 

2000 - 2003

               

Con la stagione 2000/2001 si tenta finalmente di porre le basi per un progetto a lunga scadenza che possa salvare l'hockey italiano, e così le principali società nostrane stabiliscono un aumento "controllato" del livello che possa mediare le esigenze di bilancio di tutti permettendo l'allestimento di squadre competitive ed in grado di offrire uno spettacolo dignitoso anche per il pubblico. Si torna così a schierare 5 transfer card (4+1 eventuale portiere) come nel 1997/98, ma questa volta sembra che si possa sperare in una certa continuità di intenzioni anche per il futuro... il Bolzano per l'occasione ingaggia uno storico (ed ancora giovane) pezzo da novanta dell'hockey italiano, Anthony Iob, che però non basta alla società biancorossa per ottenere l'obiettivo minimo stagionale, la finale scudetto: ad eliminarli a sorpresa (ma meritatamente) sono i Vipers Milano, la nuova formazione meneghina (quarta resurrezione), che, grazie ad un'ossatura di giovani pescati dalla Nazionale under 20 ed all'apporto di ottimi stranieri, riesce sotto la regia di Adolf Insam a giocarsi alla pari la finalissima contro il solito Asiago. La fame di vittoria degli stellati però ha la meglio su una squadra che aveva già speso molto in semifinale, e così dopo molte amare delusioni finalmente il team dell'Altopiano ottiene il primo festeggiatissimo (e meritato) scudetto della sua storia. Al Bolzano non resta che leccarsi le ferite e recitare il mea culpa per un mercato tutt'altro che azzeccato (Iob a parte)...

 

Per il campionato 2001/2002 le società riescono (quasi a sorpresa) a rispettare senza eccessivi problemi l'autoregolamentazione sui transfer-card; a rinunciare sono solo i Lupi Brunicensi, che si autoretrocedono in Serie B dopo tanti anni di hockey nella massima serie. I Vipers Milano, guidati dal nuovo grande mecenate dell'hockey meneghino, Alvise di Canossa, rinforzano una squadra che già aveva dimostrato di poter competere ai massimi livelli e di fatto ritorna a recitare il ruolo di favorita. Il Bolzano conferma quasi in blocco il gruppo dei giocatori italiani e rinnova invece interamente il parco stranieri, puntando come ai vecchi tempi sulla pista canadese, alla ricerca di quegli equilibri che erano spesso mancati nella stagione precedente. Purtroppo però ancora una volta gli acquisti deludono le aspettative: benchè la difesa guidata dal veterano Jim Camazzola riesca a reggere abbastanza bene, a rendere meno del previsto à il reparto avanzato, che fatica troppo a trovare la via del goal. Entrambi gli attaccanti stranieri (Bullock e Currie) vengono sostituiti nel corso della stagione, ma la squadra non riesce più a trovare il bandolo della matassa e deve arrendersi senza appello ad un eccellente Alleghe, che vendica così la bruciante eliminazione di due anni prima raggiungendo una finale dopo dieci anni di latitanza. C'è però ben poco da fare per gli agordini contro un Milano in costante crescita e dotato di un parco giocatori senza eguali in Italia: e Milano ritorna a cucirsi lo scudetto sul petto 8 anni dopo l'ultima vittoria dei defunti Devils.

La struttura del campionato rimane pressochè invariata anche nella stagione 2002/2003, con 8 squadre ed un'interminabile sequenza di gironi di andata e ritorno che molti mal sopportano. La nota positiva è perù che almeno in partenza il gentlemen agreement regge ancora, il che contribuisce senz'altro ad aumentare l'equilibrio in un campionato che, pur registrando un netto calo di spettatori, risulta essere di discreto livello e di assoluta incertezza. A farla da padrone resta tuttavia il Milano, che può contare su un budget senza paragoni in Italia e su un'ossatura ormai molto collaudata. Ad inseguire sempre l'Asiago, che investe molto su questa stagione, e poi via via tutte le altre. I biancorossi sono della partita: senza compiere follie sul mercato, il Bolzano ingaggia un allenatore di rilievo assoluto come Ron Kennedy, due giovani italoamericani (i fratelli Mike e Drew Omicioli) con un possibile futuro in Nazionale, due terzini stranieri (Ricciardi e Stopsgeshoff, poi sostituito) e si affida ad un gruppo più che esperto per tentare la difficile scalata verso la vetta. Nel corso della stagione i biancorossi non si distinguono particolarmente, ma restano comunque in contatto con il duo di testa e nonostante si ritrovino a dover rinunciare ad un terzino straniero (Dezainde, sostituto di Stopsgeshoff, sparisce da un giorno all'altro) ed al proprio miglior attaccante (Mike Omicioli, infortunato alla vigilia dei playoff), con l'ingaggio in extremis della vecchia volpe Bruno Zarrillo gettano il guanto della sfida all'Asiago di Lucio Topatigh, che nel frattempo (come il Milano) ha disatteso gli accordi sui transfer card rimpolpando abbondantemente il contingente straniero. E' nel momento di maggiore difficoltà però che il Bolzano si ritrova, e per l'Asiago la semifinale scudetto è un autentico calvario: fino a 15 secondi dal termine di gara 5 all'Odegar di Asiago, gli stellati sono in svantaggio ed il Bolzano si appresta ad approdare all'ennesima finale della propria storia. L'hockey però è bello e crudele, e così un contestato goal asiaghese costringe i biancorossi ad un overtime per il quale non ha più nè gambe nè testa. Per il terzo anno consecutivo i biancorossi devono stare a guardare mentre altri si contendono l tricolore: a vincere è ancora il Milano, che si conferma prima potenza del campionato.

2003/2004: Rimescolamento delle carte

         

Come molti si aspettavano il progetto a lunga scadenza stilato nel 2000 si è rivelato essenzialmente inefficace: la crisi è evidente e così ancora una volta è tempo di rifondazione. Gli alti e bassi del nostro hockey continuano. Proprio come 4 anni prima, per la stagione 2003/2004 si procede al rimpasto tra A1 e A2, con ben 15 formazioni ai nastri di partenza e la significativa differenza che questa volta si lascia sostanzialmente carta bianca a tutti: ognuno può costruire il roster a seconda degli obiettivi che si pone. Si evidenzia immediatamente una differenza abissale tra le formazioni di vertice e le ex squadre di A2, i Vipers e l'Asiago inseguono sogni europei (partecipano alla Continental Cup) e schierano squadroni che non avrebbero sfigurato nei cosiddetti "anni d'oro", mentre molte piccole società altoatesine, catapultate quasi inconsapevolmente in una realtà più grande di loro, affrontano questa avventura con un'ossatura di giovani locali e poco più. E' anche l'occasione per rivedere in massima serie una compagine storica del nostro hockey, il Cortina, che ha ritrovato l'entusiasmo della gente e degli imprenditori locali, e per festeggiare una nuova nascita, quella dell'HC Torino (fortemente voluto in campionato soprattutto per motivi promozionali in vista delle Olimpiadi 2006). Da parte biancorossa, la decisione della società di limitare ulteriormente gli ingaggi, dà l'idea che non ci siano grosse pretese di vittoria finale e provoca anche la perdita definitiva di qualche "senatore" (Martin Pavlu e Armando Chelodi). Il roster viene comunque per il resto quasi totalmente riconfermato e punta ancora molto sui fratelli Omicioli. Con queste premesse, il campionato non poteva che partire in sordina, all'insegna dei risultati scontati e con ben pochi motivi di reale interesse. Con lo sdoppiamento in due gironi di merito e la conseguente scrematura delle formazioni più deboli si ricomincia a ragionare ed in vista dei playoff si può dire che tutto sommato tra le formazioni di vertice si gioca un discreto hockey. Il Bolzano nel frattempo riesce anche a togliersi una bella ed inaspettata soddisfazione, battendo prima Fassa e poi Milano nella Final Four di Coppa Italia (al Palaonda) e fregiandosi così di un titolo che mancava nella bacheca ma soprattutto tornando a vincere qualcosa dopo quattro anni di preoccupante latitanza dai vertici nazionali. Un successo che sembra individuare nel Bolzano la principale antagonista dei Vipers per la conquista dello Scudetto: speranza che purtroppo si rivelerà vana. Poco prima dell'inizio dei playoff, qualcosa nello spogliatoio biancorosso si rompe. Non ce ne si accorge davvero però prima di gara 2 dei quarti di finale, con il Bolzano avanti 1-0 nella serie contro un Cortina che non dovrebbe assolutamente impensierire i biancorossi. Alle prime difficoltà invece l'HCB si scioglie come neve al sole; persa gara 2 in modo rocambolesco, i biancorossi non hanno pià la forza (e forse la voglia) di rialzarsi e cedono di schianto in casa in gara 3. Gara 4 a Cortina, quella dell'attesa reazione, è invece una disfatta su tutta la linea, con i quattro stranieri del pacchetto offensivo (gli Omicioli e gli svedesi Bosson e Nasvall) autori dell'ennesima prestazione imbarazzante. Il Bolzano esce a testa bassa dai playoff al primo turno, un disastro che non capitava dal 1992, quando però almeno l'onore era stato salvato. Nessuna giustificazione per un epilogo di stagione che resterà nella storia come il peggiore del dopoguerra. Lo scudetto va ancora una volta ai Vipers, sempre più inattaccabilmente leader del panorama nazionale.

 

2004/2005: Lockout in NHL

                         

La nuova annata (2004/2005) sembra nascere sotto una buona stella: l'entusiasmo di Milano e Cortina trascina l'ambiente ed aiuta a portare nuovi capitali nell'hockey. Si accorcia come ampiamente previsto la lista delle partecipanti, che diventano 10, con la nota negativa del Merano che cede il proprio posto al Torino, iscrivendosi alla serie A2. Nel frattempo il secondo storico sciopero della NHLPA, l'associazione di categoria dei giocatori NHL, rappresenta una ghiotta occasione di vedere in azione, almeno per qualche mese, le grandi stelle del campionato più bello del mondo. Un'occasione che in Europa molti non si lasciano sfuggire e diverse italiane fortunatamente colgono l'occasione al balzo, allettate anche dal fatto che molte star, pur di giocare, sono disposte ad accontentarsi anche di ingaggi relativamente modesti. Arrivano così, a dieci anni di distanza dalla magica stagione 1994/1995 (quella di Jagr), giocatori abituati a ben altri palcoscenici: i primi sono Adams (Milano), Cullen (Cortina), Fata (Asiago), Holland (Alleghe), ma a fine stagione saranno ben quindici - nessuna stella di prima grandezza ma tutti titolari fissi nei propri club: un lusso per il nostro campionato.

 

Ed il Bolzano? Non sta a guardare: per i colori biancorossi questa deve essere la stagione del riscatto. Scaricati in blocco gli stranieri e confermato quasi interamente il contingente italiano, la società compie uno sforzo economico ed organizzativo come non si vedeva dalla stagione 1998/1999, con la ferma intenzione di tornare a lottare se non altro per la finalissima. L'HCB si avvale a questo scopo come direttore sportivo di Bruno Zarrillo (che ha chiuso la propria gloriosa carriera a Milano) ed opera da subito con aggressività sul mercato, senza fare comunque follie. Si accaparra due dei migliori terzini di scuola italiana, Leo Insam e Florian Ramoser, ed ingaggia stranieri che sulla carta dovrebbero essere in grado di dare un contributo concreto alla causa (Tony Tuzzolino, Mark Dutiaume e Robert Mulick), completando il pacchetto con la ciliegina Jamie Lundmark, miglior rookie dei New York Rangers nella passata stagione. A fungere da "alchimista" per questo nuovo Bolzano viene chiamato il coach elvetico Riccardo Fuhrer, alla ricerca di riscatto dopo numerose annate in ombra. Gli ingredienti per un degno percorso ci sono tutti e l'"antipasto" di stagione, la Supercoppa giocata contro i Vipers Milano, è quel che si definisce un ottimo inizio: con soli tre transfer card disponibili, i biancorossi strappano il trofeo alla corazzata milanese (che punta a fare bella figura in Europa) grazie ad una buona prestazione corale. Subito dopo arriva la bomba di mercato: il presidente Knoll decide, a sorpresa, di affidare la gabbia bolzanina a Jason Mark Muzzatti, già pluriscudettato a Milano, che prende il posto di Hell (sempre più tormentato, inevitabilmente, il suo rapporto con la società). La realtà del campionato però riporta ben presto tutti con i piedi per terra: c'è da fare i conti con una concorrenza agguerritissima in un campionato equilibrato come forse mai nella storia dell'hockey italiano - ed il livello è decisamente alto. Il Bolzano arranca: la pazienza nei confronti di giocatori ed allenatore cede ben presto il posto (come spesso accaduto in passato) alla delusione ed alle critiche; nessuno dei nuovi arrivati convince appieno e per di più anche il gruppo dei locali è in difficoltà. La squadra galleggia comunque in medio-alta classifica, ma a preoccupare è soprattutto l'apparente abisso tecnico che ci separa dalle prime della classe, Milano e Cortina (il cui ambiente è sempre più galvanizzato ed entusiasta).

 

Si arriva così al tradizionale mercato di riparazione, un'opzione rischiosa ma più che mai allettante vista la quantità di giocatori di livello ancora sul mercato a metà stagione. Tornato in patria Lundmark (tutto sommato positiva ma non certo strabiliante la sua esperienza italiana) e tagliato senza rimorsi l'inguardabile Dutiaume, arrivano così il giovane prospect svedese Daniel Fernholm ed il canadese Peter Schaefer, affermato professionista NHL con la maglia di Ottawa. La squadra indubbiamente ne guadagna ma non sembra abbastanza per poter impensierire davvero le capoclassifica: nel frattempo il Bolzano cede la Coppa Italia ai Vipers dopo una comunque onorevole prestazione in finale al Palaonda. Non molto tempo dopo la società torna ancora sul mercato, ingaggiando altri due NHLer, il difensore Deron Quint al posto di Fernholm (tornato purtroppo in Svezia) ed il fuoriclasse dei Los Angeles Kings Eric Belanger a supportare uno Schaefer ancora un pò spaesato. Ne scaturisce il periodo migliore della squadra: i nuovi innesti spiccano immediatamente per le doti tecniche ed in particolare Belanger entusiasma tutti - da molti anni non si vedeva in maglia biancorossa un giocatore così determinante e spettacolare. Si tratterà purtroppo di un fuoco di paglia: il Bolzano gioca bene e raccoglie molti punti ma alla vigilia dei playoff comincia ad accusare qualche battuta d'arresto, mentre la situazione in panchina (a lungo traballante) precipita. Fuhrer viene sostanzialmente silurato ed al suo posto viene chiamato in panchina Bruno Zarrillo, che nel corso della stagione era stato da molti additato come principale responsabile della fallimentare campagna acquisti. Nel frattempo anche in spogliatoio, ancora una volta, insorgono problemi evidenti: in particolare è mal digerito l'atteggiamento da indolente superstar del bizzoso (ed incostante) Belanger. Non c'è molto da stupirsi quindi se all'avvio dei playoff i biancorossi non sembrano propriamente carichi: sulla loro strada c'è un ambizioso Varese, infarcito di giovani oriundi, che mette la formazione bolzanina alle corde portandosi subito sul 2-0 nella serie. Si profila uno scenario inquietantemente simile alla disfatta dell'annata precedente, ma la squadra questa volta reagisce e, trascinata da uno straordinario Deron Quint (migliore acquisto della stagione, senza ombra di dubbio), ribalta la situazione e la spunta, non senza soffrire, in 6 gare.

 

Ad attenderci in semifinale c'è però purtroppo l'Armata di Adolf Insam, quei Vipers Milano reduci da una buona Contintental Cup (sconfitti solo nel girone di finale) e tutt'altro che appagati dai tre scudetti di fila vinti. I biancorossi reggono il confronto nelle prime gare e meriterebbero senz'altro almeno di allungare la serie ma i milanesi sono concreti e spietati: 4-0 ed ancora una volta, Bolzano è fuori dai giochi. I Vipers peraltro con la stessa concretezza riescono a spuntarla anche contro l'eccellente Cortina in finale, anche se ci vogliono ben sette gare per incoronare (per la quarta volta consecutiva) il team di Alvise Di Canossa.




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